The conditions for a “cours préparatoire”

Times and numbers

My first reaction concerns the number of students mentioned in the course description. Such a large number makes it difficult to assess the students’ progress – something I consider fundamental – or to carry out a fair evaluation or comparative analysis of the results. At the Politecnico di Milano, we have a maximum of fifty students: in my case, I also experimented with individual exercises in the first part and the development of a project proposal in groups of two in the second. But it is a year-long course, which allows us to appreciate the improvement that takes place between the first and second semesters.

However, the pedagogical question remains, and it does not only concern architecture: every introductory course requires, above all, a process of maturation, human before even as a designer. This aspect is linked to the transition from secondary school to university, where a purely cognitive experience gives way to a didactic dimension of doing. This means, first and foremost, being proactive, a fundamental aspect of university studies. The model of some Anglo-Saxon schools, where the maximum number of students is fifteen, is welcome, otherwise the transition from a higher education class to such a large teaching laboratory risks being a shock. Students may not find a point of reference in the teacher, who is unable to guide them through a process of critical maturation. This is an aspect that I would not skimp on.

Exercises and disciplines

The other observation basically concerns what we mean by design exercises. I must say that I have thought about this at length over the years, and I have sometimes been tempted to imagine courses in the early years consisting solely of exercises. I was often perplexed about whether a student could develop a “real” project in the first year, but then, over time, I had to change my mind. If certain conditions are met, and above all if it can be guaranteed that the workshop will focus on design practice and continuous exercises, as was the case in the History and Design Workshop experiment with architecture history lecturers at the Polytechnic University of Turin, then it is possible to achieve interesting results. In Milan, four credits for representation are included in the first-year workshop, and in the first semester, both drawing and character courses are offered in parallel: this ensures a continuous link between design and the analysis of architectural form and typology, as well as effective practice of basic representation techniques.

In reality, the first year could be seen as a single large workshop bringing together several teachers, where design, history and drawing are held together. If we really want to improve the training of architects in Italian schools, we should have the courage to impose a cours préparatoire, a pre-training or, if you prefer, a preparatory course: a whole year based on architectural drawing, observation of architecture and in-depth reflections based on the experience, including personal experience, that we have in space. To this I would add lessons in architectural history and a critical and in-depth study of texts, starting from a basic bibliography that stimulates, first and foremost, the ability to read space. Students should appreciate from the outset the importance of patience, based on individual practice consisting of exercises and practice: they should also understand that drawing itself is a dimension of pleasure, a concept that, if not internalised by students on their own from the outset, is difficult to convey later on.

Exercise and project

Following the course structure described by Edoardo, I believe that every small exercise should be considered a project. At the same time, the exercise is designed to stimulate experimentation, to allow students to practise a specific aspect of architecture. The cours préparatoire mentioned above could take the form of an annual course of composition exercises: it could begin by comparing architectural composition with artistic and musical composition. The problem is that this would result in an overly formalistic approach that could lead to the project exercise being understood as a completely abstract operation. The project exercise cannot ignore the fact that its purpose is to generate a space that will ultimately be experienced. This aspect underlines how important it is to include the concept of the experience of architecture in a pedagogical programme.

The difference between design and exercise is that in the latter we select only one dimension of architecture. For example, I ask my students to select a public space to which they are personally attached and to take photographs from a progressive distance based on a number of previously identified privileged routes. The space of the square functions, somewhat like Camillo Sitte’s, as an enclosure, allowing students to exercise their perceptive abilities. The tools are simple – it is not a project to transform the square – but it triggers the relationship between spaces and human movement. It serves to raise awareness that when you design architecture, it will be perceived in motion. In a process of initiation into design studies, demonstrating that architecture is made up of rich experiences, based on many perspectives, is a fundamental point in becoming aware that the complexity of space has an anthropological dimension that transcends the fetishism of the project in and of itself.

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Le condizioni per un cours préparatoire

Tempi e numeri

La mia prima reazione riguarda il numero di studenti che emerge dalla descrizione del corso. Un numero così elevato non permette agilmente di apprezzare l’avanzamento degli studenti – un aspetto per me fondamentale – né consentire una valutazione serena o un’analisi comparata degli esiti. Al Politecnico di Milano abbiamo un massimo di cinquanta studenti: anche nel mio caso ho sperimentato esercizi individuali nella prima parte e lo sviluppo di una proposta progettale a gruppi di due nella seconda. Ma è un corso annuale, e questo permette di poter apprezzare un miglioramento che avviene tra il primo e il secondo semestre.

Però la questione pedagogica rimane e non riguarda solo l’architettura: ogni corso di iniziazione richiede soprattutto un percorso di maturazione, umana prima ancora che da progettista. Un aspetto che si lega al passaggio dalle scuole superiori all’università, dove da un’esperienza solo conoscitiva si raggiunge una dimensione didattica del fare. Vuol dire essere prima di tutto proattivi, un aspetto fondamentale negli studi universitari. Ben venga il modello di alcune scuole anglosassoni dove il numero massimo è di quindici studenti, altrimenti il passaggio da una classe dell’istruzione superiore ad un laboratorio didattico così esteso, rischia di essere uno shock. Potrebbero non trovare un punto di riferimento nel docente, il quale non riesce a guidare lo studente all’interno di un percorso di maturazione critica. Un aspetto del quale non farei economia.

Esercizi e discipline

L’altra osservazione riguarda fondamentalmente cosa intendiamo con esercizi di progetto. Su questo, devo dire, ho riflettuto a lungo negli anni, e talvolta sono stato tentato nell’immaginare corsi ai primi anni costituiti solo da esercitazioni. Spesso ero perplesso riguardo al fatto che uno studente potesse sviluppare un “vero” progetto al primo anno, ma poi con il tempo mi sono dovuto ricredere. Se alcune condizioni sono garantite, e soprattutto se si può garantire che al centro del laboratorio ci sia una pratica progettuale e una continua esercitazione, come avveniva nell’esperimento del Laboratorio di Storia e Progetto con docenti di Storia dell’Architettura al Politecnico di Torino, allora è possibile raccogliere risultati interessanti. A Milano al primo anno sono inseriti, all’interno del laboratorio, quattro crediti di rappresentazione e, al primo semestre, sono presenti in parallelo sia i corsi di disegno che di caratteri: questo garantisce un rimando continuo tra la progettazione e l’analisi della forma e della tipologia architettonica, e una effettiva pratica delle tecniche di rappresentazione di base.

In realtà il primo anno potrebbe essere inteso come un unico grande laboratorio che riunisce più docenti, dove progetto, storia e disegno sono tenuti insieme. Se si volesse davvero migliorare la formazione degli architetti nelle scuole italiane, dovremmo avere il coraggio di imporre un cours préparatoire, una pre-formazione o, se si preferisce, un corso propedeutico: un anno intero basato sul disegno architettonico, sull’osservazione dell’architettura e su approfondite riflessioni basate sull’esperienza, anche personale, che viviamo nello spazio. A cui aggiungerei insegnamenti di storia dell’architettura e uno studio critico e approfondito di testi partendo da una bibliografia di base che sappia stimolare, prima di tutto, la capacità di saper leggere lo spazio. Gli studenti dovrebbero apprezzare fin dal primo momento l’importanza della pazienza, basata su una pratica individuale fatta di esercizio e pratica: capire altresì che il disegno stesso è una dimensione di piacere, un concetto che, se non interiorizzato dagli studenti, da soli e fin dall’inizio, difficilmente può essere trasmesso in seguito.

Esercizio e progetto

Seguendo la struttura del corso descritto da Edoardo, ritengo che ogni piccolo esercizio vada considerato come un progetto. Al tempo stesso l’esercizio è pensato per stimolare la sperimentazione, per far esercitare lo studente in un determinato aspetto dell’architettura. Il cours préparatoire di cui sopra potrebbe svolgersi come un corso annuale di esercizi di composizione: potrebbe iniziare dalla comparazione della composizione architettonica con quella artistica e musicale. Il problema è che ne deriverebbe un approccio troppo formalista che potrebbe far intendere l’esercizio di progetto come un’operazione del tutto astratta. L’esercizio progettuale non può ignorare che la sua finalità è quello di generare uno spazio che sarà, in ultima istanza, vissuto. E questo aspetto sottolinea quanto sia importante inserire il concetto dell’esperienza che si fa dell’architettura in un percorso pedagogico. La differenza tra progetto ed esercizio è che nel secondo selezioniamo una sola dimensione dell’architettura. Ai miei studenti chiedo per esempio di selezionare uno spazio pubblico, a cui sono personalmente legati, e scattare a distanza progressiva delle fotografie sulla base di alcuni percorsi privilegiati, precedentemente individuati. Lo spazio della piazza funziona, un po’ alla Camillo Sitte, come un recinto, e consente di esercitare le proprie capacità percettive. Gli strumenti sono semplici – non è un progetto di trasformazione della piazza –  ma scatena il rapporto tra gli spazi e il movimento umano. Serve a far prendere coscienza che quando progetti un’architettura questa verrà percepita in movimento. In un processo di iniziazione agli studi di progettazione, dimostrare che l’architettura è fatta di esperienze ricche, basate su molte prospettive, è un punto fondamentale nel prendere coscienza che la complessità dello spazio ha una dimensione antropologica che trascende il feticismo del progetto in sé e per sé.

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Pierre-Alain Croset – Professore ordinario di Composizione Architettonica e Urbana, Dipartimento di Architettura e Studi Urbani (DAStU), Politecnico di Milano